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La condizionalità europea nei processi di adesione: riforme democratiche, Stato di diritto e limiti applicativi nei casi di Albania, Serbia e Ungheria

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tesi38002935.pdf (488.4Kb)
allegato380029351.pdf (160.2Kb)
Author
De Censi, Francesco <2005>
Date
2026-07-03
Data available
2026-07-09
Abstract
La guerra russo-ucraina ha riportato la politica di allargamento dell'Unione Europea al centro del dibattito strategico, rendendo urgente interrogarsi sull'efficacia degli strumenti attraverso cui l'UE promuove riforme democratiche nei paesi candidati. La tesi analizza la condizionalità europea, fondata sui criteri di Copenaghen, chiedendosi in che misura essa sia stata efficace nel promuovere riforme istituzionali e quali limiti emergano una volta che uno Stato diventa membro. Attraverso un'analisi qualitativa della letteratura scientifica e dei documenti ufficiali dell'UE, il lavoro confronta tre casi: Albania, Serbia e Ungheria. Il caso albanese mostra una condizionalità relativamente efficace, soprattutto nella riforma della giustizia, favorita dall'assenza di alternative geopolitiche credibili al percorso europeo. Il caso serbo evidenzia invece i limiti della condizionalità quando le richieste europee, come la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo o l'allineamento alla politica estera comune, assumono una dimensione politica e identitaria contestabile, anche per la presenza della Russia come exit option. L'Ungheria, infine, rappresenta il caso emblematico dei limiti della condizionalità post-adesione: nonostante fosse considerata un modello di successo nel 2004, ha intrapreso dal 2010 un processo di autocratizzazione che gli strumenti europei non sono riusciti a contrastare efficacemente. La tesi conclude che la condizionalità europea produce conformità formale più facilmente di quanto generi interiorizzazione sostanziale dei valori democratici, e che la sua efficacia futura dipenderà dalla capacità dell'UE di rafforzare la credibilità dell'allargamento, ridurre il peso dell'unanimità e potenziare il monitoraggio post-adesione.
 
The Russo-Ukrainian war has brought the European Union’s enlargement policy back to the centre of the strategic debate, making it urgent to question the effectiveness of the instruments through which the EU promotes democratic reforms in candidate countries. This thesis analyses European conditionality, based on the Copenhagen criteria, asking to what extent it has been effective in promoting institutional reforms and what limits emerge once a state becomes a member. Through a qualitative analysis of the academic literature and official EU documents, the study compares three cases: Albania, Serbia and Hungary. The Albanian case shows a relatively effective form of conditionality, especially in the field of judicial reform, favoured by the absence of credible geopolitical alternatives to the European path. The Serbian case, by contrast, highlights the limits of conditionality when European demands, such as the normalisation of relations with Kosovo or alignment with the Common Foreign and Security Policy, acquire a contested political and identity-related dimension, also due to the presence of Russia as an exit option. Hungary, finally, represents an emblematic case of the limits of post-accession conditionality: although it was considered a successful model in 2004, since 2010 it has undergone a process of autocratisation that European instruments have failed to counter effectively. The thesis concludes that European conditionality produces formal compliance more easily than it generates the substantive internalisation of democratic values, and that its future effectiveness will depend on the EU’s ability to strengthen the credibility of enlargement, reduce the weight of unanimity and reinforce post-accession monitoring.
 
Type
info:eu-repo/semantics/bachelorThesis
Collections
  • Laurea Triennale [4699]
URI
https://unire.unige.it/handle/123456789/16003
Metadata
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