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<title>Tesi</title>
<link>https://unire.unige.it/handle/123456789/854</link>
<description>Archivio digitale delle tesi di Laurea</description>
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<dc:date>2026-05-13T22:54:42Z</dc:date>
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<item rdf:about="https://unire.unige.it/handle/123456789/15715">
<title>Valutazione dell’applicazione dell’intelligenza artificiale&#13;
nella diagnostica del melanoma con focus su melanoma&#13;
sottile e non sottile</title>
<link>https://unire.unige.it/handle/123456789/15715</link>
<description>Valutazione dell’applicazione dell’intelligenza artificiale&#13;
nella diagnostica del melanoma con focus su melanoma&#13;
sottile e non sottile
Marruzzo, Giulia &lt;1991&gt;
Il presente studio ha valutato l’applicazione dell’intelligenza artificiale nella diagnostica dermoscopica del melanoma, con particolare focus sulla distinzione tra melanoma in situ e melanoma invasivo, confrontando le prestazioni dei modelli di IA con quelle di dermatologi esperti. 
Lo studio, condotto tra la Clinica Dermatologica dell’Università di Genova e la Divisione di Dermatologia dell’Ospedale San Bartolomeo di Sarzana, ha incluso 293 immagini dermoscopiche di melanomi confermati provenienti da 249 pazienti, di cui 161 melanomi in situ e 132 invasivi. 
Sono stati analizzati tre approcci sperimentali progressivamente più complessi: un primo metodo basato su estrazione manuale di caratteristiche radiomiche e classificazione mediante algoritmi di machine learning; un secondo fondato su estrazione automatica delle feature tramite CNN e classificazione con modelli tradizionali; un terzo basato su CNN pre-addestrata e successivo fine-tuning. 
Il primo approccio ha raggiunto un’accuratezza media del 54,26%, il secondo del 58,08% e il terzo del 63,95%, risultando il più performante. 
Tuttavia, quest’ultimo ha mostrato una marcata asimmetria delle prestazioni, con maggiore efficacia nel riconoscimento dei melanomi in situ (81,99%) rispetto ai melanomi invasivi (45,45%). 
I dermatologi esperti hanno ottenuto un’accuratezza complessiva leggermente inferiore (61,29%), ma una migliore capacità di identificare le forme invasive (64,74%). 
Tra i principali limiti dello studio rientrano la dimensione contenuta del campione, che aumenta il rischio di overfitting, e la composizione del dataset, ricco di melanomi in situ e di forme invasive pT1a, molto simili tra loro. 
I risultati indicano che l’IA rappresenta uno strumento promettente di supporto al dermatologo, ma non ancora sufficiente a sostituire il giudizio specialistico nella stima dell’invasività del melanoma.; This study evaluated the application of artificial intelligence in the dermoscopic diagnosis of melanoma, with a specific focus on distinguishing melanoma in situ from invasive melanoma, and compared the performance of AI models with that of expert dermatologists. 
Conducted at the Dermatology Clinic of the University of Genoa and the Dermatology Division of San Bartolomeo Hospital in Sarzana, the study included 293 dermoscopic images of histologically confirmed melanomas from 249 patients, including 161 melanomas in situ and 132 invasive melanomas. 
Three experimental approaches with increasing methodological complexity were assessed: a first method based on manual extraction of radiomic features followed by machine learning classification; a second method based on CNN-driven automatic feature extraction combined with traditional classifiers; and a third method based on a pre-trained CNN with subsequent fine-tuning. 
The first approach achieved a mean accuracy of 54.26%, the second 58.08%, and the third 63.95%, making it the best-performing model. 
However, the latter showed marked asymmetry, being much more effective in recognizing melanomas in situ (81.99%) than invasive melanomas (45.45%). 
Expert dermatologists achieved a slightly lower overall accuracy (61.29%), but showed a better ability to identify invasive lesions (64.74%). 
The main limitations of the study include the relatively small sample size, which increases the risk of overfitting, and the composition of the dataset, which was enriched in melanomas in situ and thin pT1a invasive melanomas, making the two classes particularly similar and difficult to distinguish. 
Overall, these findings suggest that AI applied to dermoscopy is a promising support tool, but not yet sufficient to replace specialist judgment in estimating melanoma invasiveness.
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<dc:date>2026-04-15T00:00:00Z</dc:date>
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<item rdf:about="https://unire.unige.it/handle/123456789/15714">
<title>Nuove evidenze sull'Eziopatogenesi della Vulnerabilità Neuropsichiatrica: Il Ruolo della Placenta in uno Studio Sperimentale</title>
<link>https://unire.unige.it/handle/123456789/15714</link>
<description>Nuove evidenze sull'Eziopatogenesi della Vulnerabilità Neuropsichiatrica: Il Ruolo della Placenta in uno Studio Sperimentale
Sartoris, Giulia &lt;1990&gt;
Evidenze sempre più numerose suggeriscono che la placenta agisca come mediatore chiave tra l'ambiente prenatale e lo sviluppo neurologico a lungo termine.
L'ipotesi 'Developmental Origins of Health and Disease' afferma che la regolazione genomica placentare è influenzata da fattori ambientali. Questo processo influenza la programmazione dello sviluppo placentare, con conseguenze per gli esiti di salute sia nella prima infanzia che in età adulta, inclusi tratti correlati alla vulnerabilità psichiatrica. Analisi multi-omiche della complessità cellulare placentare suggeriscono che la placenta funzioni come una "scatola nera", registrando l'ambiente intrauterino e fornendo informazioni predittive sul potenziale sviluppo di disturbi neuropsichiatrici. Questa tesi si basa su uno studio retrospettivo caso-controllo con analisi istopatologica di placente conservate presso le Unità di Patologia dell'IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e dell'Istituto Giannina Gaslini. I tessuti placentari di pazienti successivamente diagnosticati con un disturbo psichiatrico (n = 20) sono stati confrontati con quelli di soggetti sani (n = 30). L'analisi istopatologica ha rivelato una maggiore frequenza di ipermaturità villosa nei casi rispetto ai controlli. Questa alterazione microscopica è stata osservata nel 45% dei casi contro il 3,3% dei controlli, con un odds ratio di 23,73 (IC 95%: 2,68–209,79; p &lt; 0,001; p corretto per FDR = 0,015). Questa associazione è rimasta significativa nei modelli aggiustati, con un odds ratio di 12,45 dopo la correzione per età gestazionale, gravidanza gemellare, centro di reclutamento ed età materna. L'ipermaturità villosa è emersa come l'unica alterazione istopatologica significativamente associata allo stato clinico. Non sono state identificate altre alterazioni microscopiche correlate alla malperfusione placentare, il che suggerisce che l'ipermaturità villosa possa rappresentare un epifenomeno di una sottostante vulnerabilità genetica fetale.; Growing evidence suggests that the placenta acts as a key mediator between the prenatal environment and long-term neurodevelopment.
The Developmental Origins of Health and Disease hypothesis states that placental genomic regulation is influenced by both environmental factors. This process affects placental developmental programming, with consequences for both early- and later-life health outcomes, including traits related to psychiatric vulnerability. Moreover, multi-omics analyses of placental cellular complexity suggest that the placenta may function as a kind of “black box,” recording the intrauterine environment and providing predictive information on the potential development of neuropsychiatric disorders across the lifespan.
This thesis is based on a retrospective case–control study involving histopathological analysis of placentas stored at the Pathology Units of IRCCS Ospedale Policlinico San Martino and the Giannina Gaslini Institute. Placental tissues from patients who were later diagnosed with a psychiatric disorder (n = 20) were compared with those from healthy controls (n = 30), following standardized protocols and ethical guidelines.
Histopathological analysis revealed a higher frequency of villous hypermaturity in cases compared to controls. This microscopic alteration was observed in 45% of cases (9/20) versus 3.3% of controls (1/30), with an odds ratio of 23.73 (95% CI: 2.68–209.79; p &lt; 0.001; FDR-adjusted p = 0.015). This association remained significant in models adjusted for major confounders, with an odds ratio of 12.45 after correcting for gestational age, twin pregnancy, recruitment center, and maternal age.
In our study, villous hypermaturity emerged as the only histopathological alteration significantly associated with clinical status. No other microscopic changes related to placental malperfusion were identified, suggesting that villous hypermaturity may represent an epiphenomenon of underlying fetal genetic vulnerability.
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<dc:date>2026-04-14T00:00:00Z</dc:date>
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<item rdf:about="https://unire.unige.it/handle/123456789/15713">
<title>Analisi retrospettiva comparativa degli outcome delle resezioni pancreatiche tra ospedale periferico e centro hub.</title>
<link>https://unire.unige.it/handle/123456789/15713</link>
<description>Analisi retrospettiva comparativa degli outcome delle resezioni pancreatiche tra ospedale periferico e centro hub.
Carganico, Giacomo &lt;1992&gt;
Le resezioni pancreatiche sono caratterizzate da elevata morbilità (30%) e mortalità post-operatoria (6%). Negli ultimi anni si è assistito alla centralizzazione in centri ad alto volume. Il volume chirurgico come unico determinante degli outcome è ancora dibattuto, poiché altri fattori possono influenzare i risultati. Questo studio confronta gli esiti delle resezioni pancreatiche eseguite in un centro Hub e in un ospedale Spoke dallo stesso operatore. Studio retrospettivo su pazienti sottoposti a resezione pancreatica per adenocarcinoma duttale, tumori neuroendocrini, neoplasie cistiche e tumori della via biliare distale. I pazienti sono stati trattati dallo stesso chirurgo in due contesti: centro Hub (IRCCS Policlinico San Martino di Genova) e ospedale Spoke (Presidio Ospedaliero Santo Spirito di Casale Monferrato), in periodi distinti. Sono stati valutati dati clinici, demografici, comorbidità, tipo di intervento, complicanze e mortalità intraospedaliera e a 90 giorni. L’Analisi statistica è stata eseguita con test di Mann-Whitney e Fisher (p&lt;0,05). Risultati: Inclusi 154 pazienti con gruppi omogenei. Non sono emerse differenze significative in nessun outcome tranne maggiore durata della degenza in terapia intensiva nel gruppo Hub. Gli outcome risultano sovrapponibili tra i due contesti, suggerendo che il volume, non sia l’unico determinante. Centrale il ruolo dell’esperienza chirurgica e dell’approccio multidisciplinare, che consentono elevati standard anche in centri a minor volume. Ciò mette in discussione modelli basati esclusivamente sulla centralizzazione. Gli esiti sono comparabili tra centro Hub e ospedale Spoke quando gli interventi sono eseguiti da chirurghi esperti in un percorso strutturato. L’esperienza e organizzazione multidisciplinare sono fattori chiave nella qualità degli outcome, indicando la necessità di criteri di valutazione più integrati nella chirurgia pancreatica.; Pancreatic resections are characterized by high morbidity (30%) and postoperative mortality (6%). In recent years, there has been a trend toward centralization in high-volume centers. However, surgical volume as the only determinant of outcomes remains debated, as other factors may influence results. This study compares the outcomes of pancreatic resections performed in a Hub center and a Spoke hospital by the same surgeon. It is a retrospective study of patients undergoing pancreatic resection for any indication. Patients were treated by the same surgeon in two settings: a Hub center (IRCCS Policlinico San Martino, Genoa) and a Spoke hospital (Santo Spirito Hospital, Casale Monferrato) during different time periods. Clinical and demographic data, comorbidities, type of surgery, complications, and in-hospital and 90-day mortality were evaluated. Statistical analysis was performed using the Mann–Whitney and Fisher’s exact tests (p &lt; 0.05). A total of 154 patients were included, with homogeneous groups. No significant differences were found in any outcomes, except for a longer intensive care unit stay in the Hub group. Outcomes were comparable between the two settings, suggesting that volume alone is not the sole determinant. The experience of the surgical team and a multidisciplinary approach play a central role, enabling high standards of care even in lower-volume centers. These findings challenge models based exclusively on centralization. Outcomes are comparable between Hub centers and Spoke hospitals when procedures are performed by experienced surgeons within a structured care pathway. Experience and multidisciplinary organization are key factors in determining outcome quality, highlighting the need for more integrated evaluation criteria in pancreatic surgery.
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<dc:date>2026-04-07T00:00:00Z</dc:date>
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<item rdf:about="https://unire.unige.it/handle/123456789/15712">
<title>Negoziare Casa: Esperienze Relazionali ed Emotive di Giovani Donne Migranti Italiane in Germania. Uno Studio Qualitativo Fenomenologico</title>
<link>https://unire.unige.it/handle/123456789/15712</link>
<description>Negoziare Casa: Esperienze Relazionali ed Emotive di Giovani Donne Migranti Italiane in Germania. Uno Studio Qualitativo Fenomenologico
Zampar, Paola &lt;1999&gt;
Questo studio esplora il modo in cui giovani donne italiane migrate nel Nord della Germania per motivi di studio universitario concettualizzano, vivono e costruiscono il senso di casa nel contesto migratorio. Inserita nell’ambito degli Home Studies e dei Migration Studies, la ricerca adotta una prospettiva di Home–Migration Nexus, concependo la casa come un fenomeno dinamico, processuale e relazionale, piuttosto che come un luogo fisso. Lo studio si concentra su un gruppo poco indagato, quello delle studentesse internazionali, la cui esperienza migratoria è modellata sia da una fase cruciale del ciclo di vita, la transizione all’età adulta, sia da una forma relativamente privilegiata di migrazione intraeuropea.
Attraverso un approccio qualitativo di tipo fenomenologico, la ricerca si basa su interviste semi-strutturate condotte con sette donne italiane di età compresa tra i 20 e i 25 anni. Questa metodologia consente di esplorare le esperienze vissute delle partecipanti in relazione alla casa, prestando particolare attenzione a come significati, emozioni e pratiche si plasmino attraverso l’esperienza migratoria.
I risultati mostrano che le partecipanti concettualizzano la casa principalmente come un progetto aspirazionale e orientato al futuro, piuttosto che come una condizione pienamente realizzata nel presente. La casa è associata a stati desiderati quali libertà, autonomia, stabilità e comfort emotivo, riflettendo sia l’esperienza migratoria sia il percorso verso l’indipendenza adulta. L’analisi mette inoltre in luce la natura multilocale della casa: le partecipanti sperimentano spesso una divisione emotiva tra Italia e Germania, sentendosi legate a più luoghi senza percepire un pieno senso di appartenenza a uno solo di essi.
Un contributo centrale dello studio è l’individuazione delle emozioni come dimensione cruciale di mediazione tra le concettualizzazioni della casa e le pratiche di home-making.; This study explores how young Italian women who migrated to Northern Germany for higher education conceptualize, experience, and create home in the context of migration. Grounded in Home Studies and Migration Studies, the research adopts a Home–Migration Nexus perspective to examine home as a dynamic, processual, and relational phenomenon rather than a fixed place. The study focuses on an understudied group, international students, whose migration is shaped both by a critical life stage, the transition to adulthood, and by a relatively privileged form of intra-European migration.
Using a qualitative phenomenological approach, the study draws on in-depth semi-structured interviews with seven Italian women aged 20 to 25. This methodology allows for an exploration of participants’ lived experiences of home, with particular attention to how meanings, emotions, and practices are shaped through migration.
The findings show that participants conceptualize home primarily as an aspirational and future-oriented project rather than as a fully achieved condition in the present. Home is associated with desired states such as freedom, autonomy, stability, and emotional comfort, reflecting both the participants’ migration experiences and their transition to independent adulthood. The analysis further highlights the multilocational nature of home: participants often experience a sense of emotional dividedness between Italy and Germany, feeling attached to multiple places while not being fully at home in any single one.
A central contribution of the study is the identification of feelings as a crucial mediating dimension between conceptualizations of home and home-making practices. Emotions such as the desire for independence, the experience of a “divided heart,” and embodied feelings of comfort and security shape how participants actively make home through everyday practices, relationships, and material objects.
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<dc:date>2026-02-25T00:00:00Z</dc:date>
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